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domenica 12 giugno 2011

IL PAESE FILAVA


Il Paese filava, Il ritornello è: Il Paese filava[1],
e filava trafitto e filava, filava,
e con pochi diritti. e filava, filava.
   (ritornello)
E Romano cantava,
e cantava vittoria,
a Clemente la gloria.
   (ritornello)
E Giorgio invecchiava,
invecchiava il vino
con le ciliegine.
   (ritornello)
E Silvio ruggiva,
e ruggiva col vino
e con la morettina.
   (ritornello)
E Marstella giaceva,
e giaceva supina
per un sorso di vino.
   (ritornello)
E Massimo mancava,
e mancava l’orale
per il Quirinale.
   (ritornello)
E Marstella filava,
e filava latino
a base di vino.
   (ritornello)
E Marstella giaceva,
e giaceva su Giorgia,
coinvolta nell’orgia.
   (ritornello)
E Mara posava,
e posav’a (la) vainiglia
durante il consiglio.
   (ritornello)
E Stefania prestava,
e prestav’a (la) spalletta
a Silvio il galletto.
   (ritornello)
E Silvio diceva,
e dicev’alla gente:
"Con me men(o) fetenti".
   (ritornello)
E (Um)berto strillava,
e strillava Padania
e mangiav’a Tarquinia.
   (ritornello)
E (Ro)berto cantava,
e cantava la nenia
agl’agent’in Padania.
   (ritornello)
Angelino lasciava,
e lasciava il Chigi
per colpa di Gigi (Luigi).
   (ritornello)
E Ferruccio diceva,
e diceva cocciuto:
"È meglio a (la) salute!"
   (ritornello)
E Renato sparava,
e sparava diritto
a tanti diritti.
   (ritornello)
E Silvio temeva,
e temev’a Milano
Ilda la campana.
   (ritornello)
E Claudio si godeva,
si godeva Perseo
e vista Colosseo.
   (ritornello)
E Gianfranco aveva,
e aveva l’invito
all’alloggio-partito.
   (ritornello)
E Nichi portava,
e portav’all’orecchio
oro bianco parecchio.
   (ritornello)
E (Ro)berto metteva,
e metteva maglietta
in spregio a Maometto.
   (ritornello)
E Sandro rideva,
e ridev’e cantava
a Pompei che crollava.
   (ritornello)
E Altero filava,
filava roboante
dal Sud rallentante.
   (ritornello)
Paolo sviluppava,
sviluppava pennelli
per giovani stelle.
   (ritornello)
E Maurizio cantava,
e cantava in coro:
"Amore per lavoro".
   (ritornello)
E Michele Temuto,
e temuto lo era
con Marco davvero.
   (ritornello)
E Michela covava,
e covava rancore
per la gente d'onore.
   (ritornello)
E Ignazio imitava,
imitava Fiorello
perché era bello.
   (ritornello)
E Antonio gridava,
e gridava giustizia,
e il figlio col vizio.
   (ritornello)
E Franco chiedeva,
e chiedev’al Brasile
Cesare per l’ovile.
   (ritornello)
E Giulio diceva,
e dicev’alla gente:
"Per tasse non mi pento".
   (ritornello)
E Nando non c’era,
e non c’er’al governo
e ’spettav’in eterno.
   (ritornello)
E Gianfranco confluiva,
e confluiva silente
e usciva Parlante.
   (ritornello)
E Walter perdeva,
e perdev’al convivio
a favore di Silvio.
   (ritornello)
E Fausto rifondava,
rifondav’il partito,
che non era partito.
   (ritornello)
E Letizia perdeva,
e perdeva la testa
con Giuliano in testa.
   (ritornello)
E Saverio cresceva,
e cresceva foraggio
pel suo equipaggio.
   (ritornello)
E Romano filava,
e filava c’a (con la) lira
in uno stato d’ira.
   (ritornello)
E Romano filava,
e filava filava
e l’euro rifilava.
   (ritornello)
E Piero sbarcava,
e sbarcav’il lunario
da non segretario.
   (ritornello)
E Pierluigi vinceva,
e vincev’al congresso
e Francesco ne cessa.
   (ritornello)
E Francesco filava,
e filava con Nando
e anche con Gianfranco.
   (ritornello)
E Gianfranco non rima
e pensa al futuro,
alla destr’avventura.
   (ritornello)
E Bertu shcamava [strillava ("sh" inglese)],
shcamav’a Fidiricu:
"Cu carr’iu ti fricu (Col carro io ti frego)!"
   (ritornello)
Fidiricu candava (cantava),
e candav’a Bertu:
"Tenati stu refertu (Tieniti sto referto)!"
   (ritornello)
Mariu prufissava (professava),
prufissava sittatu (seduto):
"È miëgliu nu ducatu (ë: semimuta)
ca (che) n’amicu fidatu".
   (ritornello)
Madama prescriveva,
prescriveva reati
per gl’amici fidati.
   (ritornello)
E Giulio filava,
e filava dal parco
nella casa di Marco.
   (ritornello)
Il Paese filava,
e filava diritto
e a capofitto.
   (ritornello)
Il Paese filava,
e filava diritto
per essere fritto.
   (ritornello)
   (ritornello)
   (ritornello)

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    [1]^ Se nella parola "filava" si sostituisce la lettera alfabetica "f" con "z", la sostanza non cambia, tenendo conto del significato non "padano" del nuovo termine. Questa sostituzione risulta molto efficace, per esempio, per il territorio o l’euro, abbandonati a se stessi, che si stanno sciogliendo di giorno in giorno.

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Copyright © 2011 by dott. ing. Domenico Nociti - All rights reserved - Tutti i diritti riservati. Via San Domenico n° 104 SPEZZANO ALBANESE

sabato 9 aprile 2011

Osservazioni sulla sentenza della Corte dei Conti, Sezione Giurisdizionale per la Regione Calabria,  n° 176 del 10/3/2011  (ud. 19/01/2011)


  Nella sentenza di cui al Titolo, al punto I. delle considerazioni in DIRITTO risulta:
««I. In via preliminare va delibata l’eccezione di nullità formulata in base all’art. 17, comma 30 ter, del decreto legge 1 luglio 2009 n. 78, convertito, con modificazioni, nella legge 3 agosto 2009, n. 102, come modificato dall’articolo 1, comma 3 (n.d.convenuto: leggasi «comma 1») del decreto legge 3 Agosto 2009, n. 103, convertito, con modificazioni, dalla legge 3 ottobre 2009, n. 141.17, comma 30 ter (n.d.convenuto: togliere «17, comma 30 ter», in quanto è un’erronea ripetizione).
Secondo il convenuto, la nullità discenderebbe dal fatto che "la fattispecie all’epoca era direttamente sanzionata dalla sospensione cautelare, prevista dall’art. 92, oltre che dall’art. 91, del D.P.R. n. 3 del 10 Gennaio 1957, che, non certo per negligenza, non è stata applicata dalla competente amministrazione".
L’eccezione è inammissibile e, nel merito, anche infondata.
E' inammissibile perché l’interessato, chiaramente dimostrando di aver inteso o comunque interpretato in maniera del tutto erronea la disposizione sopra evidenziata, ha dedotto la nullità dell’atto di citazione non tanto per la mancanza di una specifica e concreta notizia di danno, che è poi l’unica ragione di fatto e di diritto in grado di legittimare il ricorso all’istituto previsto dall’art. 17, comma 30 ter, quanto perché a suo dire la fattispecie di causa sarebbe già sanzionata dal testo unico delle leggi sul pubblico impiego, il D.P.R. n. 3/1957, con la misura della "sospensione cautelare", un provvedimento che però l’amministrazione non avrebbe mai adottato a suo carico.
Sul punto, è appena il caso di evidenziare che il Nociti è stato convenuto dinanzi ad un organo di giustizia per essere giudicato in relazione ad una condotta fonte di danno erariale, per cui, ai fini della conseguente valutazione che il giudice è tenuto a fare, è del tutto ininfluente che la stessa condotta sia anche rilevante sotto il profilo disciplinare, ciò per l’ovvia considerazione che in tal caso il relativo procedimento si dipana sul piano esclusivamente amministrativo e dinanzi all’autorità da cui il soggetto dipende, le cui determinazioni non possono non possono all’evidenza interferire con le valutazioni e le conseguenti decisioni che l’organo giudiziario andrà invece ad adottare all’esito di un procedimento non amministrativo ma giurisdizionale; il tutto senza considerare l’odierno atto di citazione risulta formulato sulla scorta di evidenti notizie di danno che l’amministrazione scolastica si è peritata di far pervenire a requirente contabile a mezzo di numerose informative tutte presenti in atti, per cui, come poc’anzi si accennava, anche nel merito l’eccezione di nullità risulta destituita di ogni fondamento.»»
  Si riporta di seguito la richiesta depositata presso la suddetta Sezione Giurisdizionale della Corte dei conti in data 11 gennaio 2011:
CORTE dei CONTI
SEZIONE GIURISDIZIONALE per la REGIONE CALABRIA

  Oggetto: Richiesta per far valere la nullità dell’Atto di Citazione Vert. n. 2005/00133/MNN del 13/7/2009 della Procura presso codesta SEZIONE, protocollato il 15/7/2009 al n. SZ10774/2009A e registrato al n. 17777 di codesta SEZIONE, con cui è stato citato il prof. ing. Domenico Nociti.

  Il sottoscritto prof. ing. Domenico NOCITI, nato a Spezzano Albanese (CS) il 10/11/1947 ed ivi residente in via San Domenico n.° 104, già docente di ruolo con rapporto di lavoro a tempo indeterminato presso l’I.T.I.S. “E. Fermi” di Castrovillari (CS), fa presente a codesta Corte, ai sensi dell’art. 17, comma 30-ter, primo ed ultimo periodo, del D.L. n. 78 del 1° Luglio 2009, convertito, con modificazioni, dalla legge n.112 del 3 agosto 2009 ed ulteriormente modificato dall’art. 1, comma 1, lettera c), n. 1), del D.L. n. 103 del 3 Agosto 2009, convertito dalla legge n. 141 del 3 Ottobre 2009, secondo cui "le procure della Corte dei conti possono iniziare l’attività istruttoria ai fini dell’esercizio dell’azione di danno erariale a fronte di specifica e concreta notizia di danno, fatte salve le fattispecie direttamente sanzionate dalla legge" e "qualunque atto istruttorio o processuale posto in essere in violazione delle disposizioni di cui al presente comma, salvo che sia stata già pronunciata sentenza anche non definitiva alla data di entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto, è nullo e la relativa nullità può essere fatta valere in ogni momento, da chiunque vi abbia interesse, innanzi alla competente sezione giurisdizionale della Corte dei conti, che decide nel termine perentorio di trenta giorni dal deposito della richiesta", che l’Atto di Citazione di cui all’oggetto è nullo, perché la fattispecie all’epoca era direttamente sanzionata dalla “Sospensione cautelare”, prevista dall’art. 92, oltre che dall’art. 91, del D.P.R. n. 3 del 10 Gennaio 1957, che, non certo per negligenza, non è stata applicata dalla competente Amministrazione.
P.Q.M.
il sottoscritto chiede a codesta Corte di dichiarare la nullità del suddetto Atto di Citazione, oltre all’eventuale conseguente relativa decisione, con ogni ulteriore consequenziale statuizione, anche in ordine alle spese, che si valutano forfettariamente in € 100 (diconsi euro cento) o qualsiasi altra somma ritenuta equa da codesta Corte, per aver effettuato il su esteso atto, per essersi recato dal luogo di residenza a Catanzaro e vice versa per il relativo deposito e per il consumo di un pasto prima del rientro.
  Catanzaro, lì 11 gennaio 2011. CORTE DEI CONTI
FIRMATO SEZIONE GIURISDIZIONALE
(prof. ing. Domenico NOCITI)     PER LA REGIONE CALABRIA
F.to Domenico Nociti 11 GEN. 2011
DEPOSITATO SEGRETERIA
SETTORE RESPONSABILITA'
PROT. N. 0000396/A
F.to VC Vasapollo
  La norma citata per esteso nella su riportata richiesta pone un limite per "l’esercizio dell’azione di danno erariale" alle procure della Corte dei conti, escludendo tutte "le fattispecie direttamente sanzionate dalla legge", come quelle di cui al "Testo unico delle disposizioni concernenti lo statuto degli impiegati civili dello Stato", approvato con D.P.R. 10 gennaio 1957 n° 3, in particolare l’art. 92, oltre che l’art. 91, inerente alla sanzione della "Sospensione cautelare", che se applicata tempestivamente avrebbe anche impedito il danno de quo. Ma la detta Sezione, facendo finta di ignorare il vero contenuto dell’art. 17, comma 30-ter, primo ed ultimo periodo, del D.L. n. 78 del 1° Luglio 2009, convertito, con modificazioni, dalla legge n.112 del 3 agosto 2009 ed ulteriormente modificato dall’art. 1, comma 1, lettera c), n. 1), del D.L. n. 103 del 3 Agosto 2009, convertito dalla legge n. 141 del 3 Ottobre 2009, al fine di coprire il vero responsabile del danno, cioè il dirigente dell’amministrazione che avrebbe dovuto applicare la suddetta sanzione, loro compagno di merenda od amico dei loro compagni di merenda, ha partorito questo topolino, cioè la sentenza de qua, morto, perché, secondo il suddetto comma 30-ter, primo ed ultimo periodo, essendosi la Sezione pronunciata in seguito al deposito della richiesta, che la medesima ha ritenuto essere erroneamente un’eccezione ed, in quanto tale, "inammissibile e, nel merito, anche infondata", con la motivazione della sentenza medesima, depositata in data 10 marzo 2011 e, cioè, ben oltre il "termine perentorio di trenta giorni dal deposito della richiesta", questa sentenza è giuridicamente inesistente.
prof. ing. Domenico Nociti

mercoledì 16 febbraio 2011

RICORSO ALLA CORTE DI CASSAZIONE avverso sentenza contumaciale n° 826 del 10/12/2010 (ud. 12/10/2010) della Corte d’Appello di Catanzaro, Sez. II Pen.


A L L A   C O R T E   D I   C A S S A Z I O N E
R O M A
R I C O R S O
del sottoscritto NOCITI dott. ing. Domenico, nato a Spezzano Albanese il 10/11/1947 ed ivi residente in Via San Domenico n° 104, per la dichiarazione di inesistenza nell’ordinamento giuridico o per l’annullamento dell’intera sentenza contumaciale [Capi A) e B)] n° 826/10 Reg. Sent. del 12/10/2010, emessa dalla II Sez. Pen. della Corte d’Appello di Catanzaro e depositata in Cancelleria il 10/12/2010, notificata al sottoscritto per estratto contumaciale in data 30/12/2010 a mezzo plico postale racc. A.R. n° 77742069782-5 del 29/12/2010 del Centro Notifiche di Cosenza, Via V. Veneto, n. 59, dall’Ufficiale Giudiziario addetto all’Ufficio Unico del Tribunale di Castrovillari (CS).
F A T T O   E   D I R I T T O
  A1) Per quanto riguarda le imputazioni di cui al capo A) della sentenza impugnata, come già dedotto in grado d’appello, si configura l’erronea applicazione della legge penale, oltre che la manifesta illogicità della motivazione, dato che il fatto criminoso non sussiste o, quanto meno, non è previsto dalla legge come reato, in quanto “ai fini della configurazione del reato di cui all’art. 340 c.p. (interruzione di un ufficio o servizio pubblico o di un servizio di pubblica necessità), è necessario che il turbamento della regolarità dell’ufficio si riferisca ad un alterazione del funzionamento, ancorché temporanea, intesa nel suo complesso e non all’alterazione di una singola funzione o prestazione rapportata ad un determinato momento, che, in quanto tale, non ha alcuna incidenza negativa di apprezzabile valenza, sulla concreta operatività globale dell’ufficio o del servizio e per gli effetti minimali che produce rientra nella fisiologica prevedibilità, tanto da essere agevolmente controllabile, con i normali meccanismi di difesa preordinati ad assicurare il costante funzionamento del servizio” {Cass. pen., sez. VI, 23 ottobre 2006, n. 35399 (ud. 8 giugno 2006), Novella [RV 235196]}, tenuto conto, che l’enorme durata dell’evento nel caso in questione è stato voluta dall’amministrazione, che non ha preso nessun provvedimento nell’immediato manifestarsi dello stesso. Il fatto stesso, secondo cui l’amministrazione non ha provveduto immediatamente a sospendere cautelarmente dal servizio il sottoscritto, è la prova più logica che ciò che è stato imputato al sottoscritto nel suddetto capo A) (consistente nel non presentarsi nelle ore a lui assegnate nelle classi 3a e 4a del corso B della sezione elettrotecnica dal 22.9.2003 fino al 16.1.2004, ovvero passando il tempo della lezione nello stesso periodo a riprendere con la videocamera gli alunni nella classe 3a A elettrotecnica, invece di tenere regolarmente lezione, ovvero ancora presentandosi nello stesso periodo in costante ritardo rispetto al previsto orario di inizio delle lezioni nelle classi 3a e 4a A elettrotecnica) non era da imputare allo stesso. Per questo motivo la Corte di merito, con manifesta illogicità, riportando nella sentenza impugnata la su riportata massima, la vorrebbe rendere non applicabile nella fattispecie, sfruttando l’enorme durata dell’evento dannoso, omettendo che il servizio era “agevolmente controllabile, con i normali meccanismi di difesa preordinati ad assicurare il costante funzionamento” dello stesso. Sullo stesso orientamento è stato sancito che: “Ai fini dell’integrazione del reato di cui all’art. 340 c.p. (Interruzione di un ufficio o servizio pubblico o di un servizio di pubblica necessità) è necessario che l’evento del reato costituito dal turbamento della regolarità dell’ufficio o del servizio riguardi il funzionamento del servizio nel suo complesso e non già soltanto di un settore limitato di esso” {Cass. pen., sez. VI, 7 febbraio 2003, n. 6257 (ud. 7 gennaio 2003), Buonocore [RV 223740]}, “Non è configurabile il reato di interruzione di un ufficio o servizio pubblico o di pubblica necessità quando l’interruzione o il turbamento della sua regolarità riguardi un singolo atto senza che tale comportamento abbia inciso sulla regolarità complessiva dell’ufficio” {Cass. pen., sez. VI, 3 aprile 2003, n. 15750 (ud. 6 marzo 2003), Cancelli [RV 224691]}, “Ai fini della configurabilità del delitto di interruzione di un ufficio o servizio pubblico (art. 340 c.p.), è necessario che il turbamento della regolarità dell’ufficio o del servizio si riferisca ad un’alterazione, anche temporanea, del suo complessivo funzionamento e non di una singola prestazione o fruizione; tenendo conto infatti dell’obiettività giuridica del reato e della ratio della norma incriminatrice, non può ritenersi che piccole, limitate disfunzioni di un singolo settore di un ufficio o di un servizio, che non ne pregiudicano la regolarità di funzionamento nel suo complesso, possono costituire offesa al bene giuridico protetto dalla legge, e cioè il regolare ed ordinato andamento dell’attività della pubblica amministrazione. (Fattispecie relativa al caso in cui un pubblico dipendente si era allontanato dal luogo di lavoro più volte, per alcune ore e senza autorizzazione alcuna)” {Cass. pen., sez. II, 18 maggio 1998, n. 5851 (ud. 19 gennaio 1998), Camaiti; conforme, Cass. pen., sez. VI, 4 giugno 1986, n. 4802, Massari; [RV 210731]}. Ciò nonostante, si fa notare che la massima riportata nella sentenza impugnata, secondo cui il reato in discussione «“è configurabile anche se l’interruzione o il turbamento della regolarità dell’ufficio o del servizio … siano temporaneamente limitati e coinvolgono solamente un settore e non la totalità delle attività” (cfr. Cass. pen., sez. VI, 2 dicembre 2008, n. 334)», non solo non si riferisce ad una sola funzione, come quella svolta dal sottoscritto, ma ha gli estremi completamente errati, dato che quelli esatti, antecedenti di almeno dieci anni, sono i seguenti: Cass. pen. 4 giugno 1998, n. 6556 (ud. 27 marzo 1998), Covelli, e, conforme, Cass. pen. 16 aprile 1998, n. 4546, Barbieri e altro, [RV210890], entrambe della sez. VI, la quale ha successivamente cambiato orientamento, come si può constatare dalle prime tre massime precedentemente riportate.
  A2) Per quanto riguarda: il non presentarsi nelle ore a lui assegnate nelle classi 3a e 4a del corso B della sezione elettrotecnica dal 22.9.2003 fino al 16.1.2004, di cui al capo A) dell’imputazione della sentenza impugnata, si precisa che nell’atto di appello è stato fatto presente che, in base al D.M. (Istruzione) del 09/03/94, pubblicato nella G.U. n° 100 del 02/05/94, Supplemento Ordinario n° 68, recante: “Sostituzione degli orari e programmi di insegnamento vigenti” ecc., la cattedra di Tecnologie, Disegno e Progettazione (in sintesi: T.D.P.) è costituita da 4 ore nella III classe, 5 ore nella classe IV e 5 ore nella classe V di un sol corso, per complessive 14 ore di insegnamento a fronte. Inoltre, nello stesso quadro orario di COSTITUZIONE CATTEDRE del medesimo D.M. è riportata per T.D.P. la norma speciale curriculare [di deroga a quella generale di cui al comma 6 dell’art. 26 del Contratto Collettivo Nazionale di Lavoro (C.C.N.L.) relativo al personale del comparto scuola, sottoscritto il 24/07/2003 e pubblicato nella G.U. n° 188 del 14 agosto 2003, S.O. n° 135], secondo cui “il docente al quale è affidata la cattedra completerà l’orario in attività di organizzazione didattica nell’ambito dell’area di progetto”, le cui ore nel programma dell’attività denominata AREA DI PROGETTO, riportato nel medesimo D.M., sono indicate come attività extrascolastica (visite guidate, stages, campi scuola, ecc.). Per completare l’orario obbligatorio d’insegnamento, definito in 18 ore settimanali dal suddetto C.C.N.L., necessitano 4 ore settimanali da effettuare nella suddetta attività di organizzazione obbligatoria, in quanto tale è stata ritenuta dal suddetto D.M. l’attività da cui trae origine, cioè l’AREA DI PROGETTO. Tenuto conto che le settimane di un intero anno scolastico di almeno 200 giorni di lezione risultano almeno 200/6 = 33, dove 6 rappresenta i giorni di lezione di ciascuna settimana, e moltiplicando le almeno 33 settimane con le 4 ore suddette di completamento, si ottengono per un intero anno scolastico almeno 132 ore, che, a loro volta, ripartite tra le tre classi del corso-cattedra in proporzione all’orario d’insegnamento settimanale a fronte di ciascuna di esse, si scompongono in almeno 38 ore per la classe III, 47 ore per la classe IV e 47 ore per la classe V per un intero anno scolastico da effettuarsi preferibilmente con moduli intensivi, trattandosi, per l’appunto, di attività extrascolastica. Dato che nell’indirizzo de quo vi sono due corsi interi, ciò comporta due cattedre complete o, se si preferisce, rese complete dalla suddetta disposizione speciale nell’organico di diritto per la disciplina de qua. Alle precedenti due cattedre ordinarie di T.D.P. si aggiunge l’unica ordinaria già prevista nell’organico de quo di Sistemi elettrici automatici, composta con 4 ore nella classe III, 4 ore nella classe IV, 5 ore nella classe V del corso A e 5 ore nella classe V del corso B, per complessive 18 ore settimanali, cosi da ottenere tre cattedre ordinarie, come previsto dal suddetto D.M., e con orario non inferiore al suddetto orario d’obbligo. La quarta cattedra della classe di concorso e di abilitazione 35/A - Elettrotecnica ed applicazioni è stata già prevista nell’organico di diritto, riconducendo a 18 ore, in base all’art. 35, comma 1, della legge 289 del 27/12/2002, la cattedra della disciplina Elettrotecnica (che nel suddetto quadro forma cattedra inferiore alle suddette 18 ore settimanali) con 6 ore nella classe III e 6 ore nella classe V di un corso e 6ore nella classe III dell’altro corso. Le rimanenti due cattedre si ottengono nella maniera seguente, che consente di mantenere la continuità didattica in Impianti Elettrici in ciascuno dei due corsi: la quinta (cattedra) con 3 ore di Impianti Elettrici nella classe IV e 5 ore di Impianti Elettrici nella classe V di un corso e 5 ore di Elettrotecnica nella classe IV del corso A e 5 ore di Elettrotecnica nella classe IV del corso B; mentre la sesta (cattedra) con 3 ore di Impianti Elettrici nella classe IV e 5 ore di Impianti Elettrici nella classe V dell’altro corso, con 6 ore di Elettrotecnica nella classe V dell’altro corso e 4 ore di Sistemi elettrici automatici nella classe III o nella classe IV dell’altro corso. Infine residuano 4 ore di Sistemi elettrici automatici, rispettivamente, nella classe IV o nella classe III dell’altro corso. A ciò si sarebbe dovuto adempiere, oltre che per la normativa suddetta, anche per effetto della C.M. (Istruzione) n° 58, prot. n° 1881 del 09/07/2003 (M.I.U.R. - Dip. Serv. Nel Terr. - Uff. Supporto e Collab. Con il Capo Dip. - Uff. 2). “Anno scolastico 2003/04 - Adeguamento dell’organico alle situazioni di fatto”, che al punto 4, ultimo periodo, dispone che: “Qualora si riveli indispensabile per il miglior funzionamento delle istituzioni scolastiche, anche sotto il profilo della continuità didattica, le SS.LL. valuteranno l’opportunità di intervenire sugli assetti orari costituiti, riarticolandone la composizione”. Invece è successo che nell’organico di diritto formato dal Dirigente del Centro Servizi Amministrativi di Cosenza, su delega del Direttore Generale dell’Ufficio Scolastico Regionale, le 4 ore residue di Sistemi elettrici automatici sono andate a finire nella cattedra di T.D.P. del corso B in sostituzione delle 4 ore di Attività di organizzazione didattica nell’ambito dell’Area di progetto. Per questo motivo nell’organico di diritto compaiono solo 6 cattedre (senza ore residue), di cui solo quella di 14 ore, formata secondo l’attuale assetto ordinamentale, doveva completare con la suddetta attività extrascolastica dell’AREA DI PROGETTO. Stabilito che al sottoscritto competeva la cattedra ordinaria di 14 ore di insegnamento frontale di T.D.P., le ore relative alla predetta Attività di organizzazione didattica dovevano essere assegnate al sottoscritto con la relativa programmazione di competenza dei relativi Consigli di classe, in base al detto D.M. Di conseguenza, addirittura, la competenza del Dirigente Scolastico per la conferma del sottoscritto alle classi era limitata solo alle dette 14 ore di insegnamento a fronte del corso A, perché le dette ore di completamento risultavano implicitamente assegnate, dato che, come visto, erano ore da svolgere nelle stesse tre classi del corso A. Non essendo perciò stata assegnata (confermata) al sottoscritto la propria cattedra di T.D.P. di 14 ore nel solo corso A (tenuta in continuazione dal sottoscritto dal lontano anno scolastico 1994/95), prevista anche dall’organico di diritto, lo stesso ha inteso eseguire l’ordine di servizio di assegnazione (conferma) delle classi del Dirigente Scolastico limitatamente a detto corso A. Nel ricorso in appello è stato eccepito, inoltre, che nella sentenza di 1° grado risulta che: “L’annotazione a tergo del provvedimento di assegnazione delle classi conferma quanto dichiarato dal Castriota in merito al rifiuto del Nociti di insegnare nelle classi III B e IV B”. Visto che in fase di notifica di detto ordine di servizio di assegnazione il sottoscritto si era premurato, per i motivi suddetti, di non effettuare lezione nel corso B, il Castriota avrebbe potuto nominare subito altro docente titolare o supplente nelle suddette classi, senza che ciò avesse comportato alcuna interruzione, invece di nominarlo dopo “oltre un mese”, come risulta nella sentenza di 1° grado. Comunque, nelle dette classi III e IV del corso B in detto periodo, rispettivamente, 3 ore settimanali su 4 e 4 ore settimanali su 5 sono state effettuate dal solo titolare compresente insegnante tecnico-pratico (I.T.P.) Giuseppe Cariati, mentre la restante ora settimanale di solito è stata effettuata da personale docente a disposizione, con la conseguenza che nel periodo precedente alla nomina del supplente le suddette due classi del corso B mai, o quasi mai, sono rimaste senza docente e ciò non ha sollecitato il Preside ha nominare subito il docente supplente o altro docente titolare (in considerazione della mancanza del docente titolare in queste classi), facilmente reperibile, considerata l’enorme disoccupazione in questo settore di attività. In merito all’affermazione contenuta nella sentenza di 1° grado, secondo cui «Il preside» … «si era ben guardato dall’assegnargli le quinte classi, dopo che, una volta, il professore si era rifiutato di redigere il documento finale, previsto dalla normativa e che costituisce la base per la “costruzione” della terza prova scritta dell’esame di maturità (v., a tale proposito, sentenza del Tribunale di Castrovillari n. 541 dell’8.07.2003, emessa nei confronti dell’imputato per il reato di cui agli art. 81 cpv. e 340 c.p., relativamente a detti fatti», è stato eccepito nell’atto d’appello che con ciò il preside ha voluto sanzionare il comportamento del sottoscritto, non assegnandogli (confermandogli) la quinta classe, senza la conclusione del relativo procedimento disciplinare e, soprattutto, con una sanzione non prevista dalla vigente normativa, quale quella di non assegnare (confermare) l’intero corso, la cui assegnazione (conferma) è espressamente prevista dal suddetto D.M. del 09/03/94. Nella sentenza di 1° grado risulta che: «Il provvedimento di assegnazione era stato notificato, prima dell’inizio dell’anno scolastico, al Nociti che,tuttavia, aveva rifiutato di insegnare nelle classi della sezione B (v. provvedimento prot. N. 4331 del 23.09.2003, e annotazione sottoscritta dall’imputato), esplicitando, a tergo del documento stesso, le ragioni, da ravvisarsi nel suo impegno nell’“area di progetto”, la quale, però, era stata abolita (v. relativo verbale n. 237 della riunione del collegio dei docenti del 14.05.2003)». Essendo, tra l’altro, il detto verbale n. 237 inesistente nell’ordinamento giuridico, in quanto l’Area di progetto non è abolibile (art. 3, comma 2, D.M. Pubblica Istruzione, n. 234 del 26/6/00, pubblicato in G.U. n° 198, Serie generale, del 28/8/00), ma revocabile soltanto con D.M., con la conseguenza che la suddetta deliberazione del Collegio dei docenti può essere ritenuta una comunicazione con cui si invitano i Consigli di classe, che hanno l’obbligo di applicare questa parte del D.M. (Istruzione) 09/03/94 di tipo normativo e non provvedimentale, di compiere l’omissione di non effettuare l’Area di progetto, a cui il Preside si sarebbe dovuto opporre invece di promuoverla ed avvallarla, anche nella particolare fattispecie l’interruzione del pubblico servizio nel corso B, imputato al sottoscritto nel suddetto capo A), non sussiste o, quanto meno, non è previsto dalla legge come reato. “Ai fini dell’integrazione del reato di cui all’art. 340 c.p., non è necessario il dolo intenzionale essendo sufficiente che l’agente operi con la consapevolezza che il proprio comportamento, anche in via di mera possibilità, determini l’interruzione o il turbamento di un pubblico servizio o di un servizio di pubblica necessità (Nella fattispecie la Corte ha ritenuto che non sussistesse l’elemento psicologico richiesto, in quanto l’imputato si era premurato di avvertire il reparto presso cui lavorava affinché fossero adottate le opportune determinazioni per sostituirlo, sicché difettava in lui la consapevolezza, anche solo a livello di mera possibilità, che il servizio sarebbe stato turbato)” {Cass. pen., sez. VI, 22 settembre 2003, n. 36354 (ud. 26 maggio 2003), Manna [RV 227032]}. Si veda anche: “Il reato di interruzione di un ufficio o servizio pubblico o di pubblica necessità, di cui all’art. 340 c.p., è reato di evento la cui consumazione richiede un pregiudizio effettivo della continuità o della regolarità di un servizio pubblico o di pubblica necessità. Ne consegue che la mera inosservanza di istruzioni interne o di ordini di servizio, potenzialmente rilevante sotto il profilo disciplinare, è priva di rilievo sotto il profilo penale quando non produttiva dell’evento di danno richiesto dalla norma in questione” {Cass. pen., sez. VI, 21 agosto 2006, n. 29351 (ud. 3 maggio 2006), Parisi. Conforme, Cass. pen., sez. VI, 7 luglio 1999, n. 8651 (ud. 18 maggio 1999), P.G. in proc. Frangella ed altro [RV 214198]}. Alla luce di quanto in precedenza dedotto ed eccepito in appello, appare carente, sia sotto l’aspetto ampiamente omissivo che sotto l’aspetto della manifesta illogicità, l’affermazione della sentenza impugnata, secondo cui nessuna valenza «può essere assegnata alla affermata illiceità della decisione del Collegio dei docenti, adottata nell’adunanza del 14.5.2003, con la quale era stata abolita l’Area di progetto obbligatoria, nonché all’asserita incompetenza del Dirigente Scolastico all’assegnazione delle ore di completamento, atteso che tali situazioni, ove provate, avrebbero potuto al più dar luogo ad un contenzioso di natura amministrativa».
  A3) La Corte di merito ha ritenuto che «la normativa richiamata nell’atto di impugnazione è diretta a disciplinare i rapporti interni alla P.A. ed eventualmente l’accertamento di illeciti disciplinari commessi dai dipendenti», liquidando con queste quattro chiacchiere, ampiamente omissive e manifestamente illogiche, le considerazioni tecniche eccepite nell’atto di appello, secondo cui il ritardo di cui al capo A) della sentenza impugnata non è stato rilevato in modo obiettivo e da personale competente, visto che l’accertamento dell’orario di lavoro mediante forme di controlli obiettivi e di tipo automatizzato, di cui all’art. 22, comma 3, secondo periodo, della legge n° 724 del 23/12/94, all’epoca dei fatti non era previsto per i docenti, che hanno continuato a prendere la presenza apponendo la firma negli appositi spazi del registro di classe, mentre agli atti dell’Istituto de quo non risulta nessun ritardo da parte del sottoscritto. Nelle sommarie informazioni testimoniali gli alunni non hanno fatto altro che ripetere genericamente (si riportano la frasi più usate) che il prof. Nociti “non si è mai presentato in aula una volta in orario” o “era solito presentarsi in aula in ritardo” o “non arrivava mai puntuale” o si presentava “in classe in ritardo” o “in aula in ritardo” o “arrivava in classe sempre in ritardo” o “arrivava in aula sempre in ritardo”, manifestando, così, un astio ed un ricatto nei confronti del sottoscritto che ha consentito di nascondere il loro comportamento indisciplinato, evidenziato dal sottoscritto nei rispettivi diari di classe, semplicemente dietro un dito. Risulta, invece, nella sentenza di 1° grado e richiamato nell’atto d’appello, che: “Dalle deposizioni di Alessandria Carmine, De Luca Giuseppe, De Tommaso Domenico, Diana Antonio, Arcidiacono Giacinto Andrea, Bellusci Luigi, Calcagno Marco e Pellicano Simone, è invero emerso che il prof. Nociti, durante la sue due ore, consecutive, di lezione, si presentava regolarmente in ritardo, talvolta anche di mezz’ora o un’ora”. Dal confronto di queste dichiarazioni si può scartare lo sporadico ritardo di mezz’ora o un’ora, che non è emerso nelle sommarie informazioni testimoniali, anche perché il ritardo di un’ora poteva essere dovuto ad un permesso concesso dal Preside al sottoscritto non a conoscenza degli alunni, che non avendo indicata la data non possono essere ritenuti attendibili. La stessa inattendibilità si deve ritenere per gli altri ritardi in mancanza di data certa, dato che gli stessi alunni dichiaranti potevano risultare assenti negli eventuali giorni relativi a detti ritardi indicati genericamente. Dopotutto, ai sensi dell’art. 53, comma 1, del C.C.N.L. relativo al personale del comparto scuola, sottoscritto il 24/7/03 e pubblicato nella G.U. n° 188 del 14/8/03, S.O. n° 135, norma estensiva, “il ritardo sull’orario di ingresso al lavoro comporta l’obbligo del recupero”. A questo proposito non è condivisibile la motivazione della sentenza impugnata in parte qua, manifestamente illogica, secondo cui il precedente art. 53, comma 1, «mira a disciplinare il normale svolgimento dei rapporti fra l’Amministrazione e il pubblico dipendente», dato che non tiene conto che con il recupero viene meno “l’evento di danno richiesto dalla norma in questione”, cioè dall’art. 340 c.p. {cfr. Cass. pen., sez. VI, 21 agosto 2006, n. 29351 (ud. 3 maggio 2006), Parisi. Conforme, Cass. pen., sez. VI, 7 luglio 1999, n. 8651 (ud. 18 maggio 1999), P.G. in proc. Frangella ed altro [RV 214198]}. Non è, inoltre, condivisibile l’operato della Corte di merito, che ritiene sufficiente, per la mancanza, sia nel decreto di citazione a giudizio sia nella sentenza di 1° grado, dei ritardi in aula alle date delle segnalazioni (lettere) in essa sentenza indicate, oltre alle date con i rispettivi ritardi eventualmente verificatisi in giorni diversi dai precedenti, e per la mancanza nel decreto di citazione a giudizio delle suddette date delle segnalazioni (lettere), «la indicazione dello specifico e circoscritto periodo del commesso reato», cioè dal 22/9/2003 al 16/01/2004. Così ritenendo, la detta Corte, oltre a confermare l’omissione delle indicazioni dei singoli presunti ritardi, confonde manifestamente questi singoli ritardi dell’attività didattica avvenuti nel detto periodo con lo stesso intero periodo di attività didattica. Ciò comporta anche l’inosservanza delle norme processuali a pena di nullità. “Nel caso di condanna in contumacia sussiste nullità della sentenza per difetto di contestazione ex art. 522 comma 1 c.p.p. qualora nel decreto di citazione a giudizio sia stato contestato un fatto con una data diversa da quella risultante nel processo verbale di contestazione mai notificato all’imputato. (Nella specie il pretore anziché osservare le disposizioni dell’art. 521 comma 2 codice di rito, si era limitato a rettificare in sentenza la collocazione temporale della contravvenzione nell’anno 1989 in luogo dell’anno 1981 così com’era stato contestato)” (Cass. pen. 06/12/90, Origlio, Arch. nuova proc. pen., 1991, 636). Nulla la Corte di merito dice sull’eccezione secondo cui il ritardo in aula, come nella fattispecie, ma non in ufficio, comporta che la prestazione è resa fuori dall’aula, anche sottoforma di attesa, nel caso in cui, come nella fattispecie, vengono frapposti da parte dei relativi alunni impedimenti di vario genere, di cui vi è annotazione nei relativi registri di classe.
  A4) Anche le affermazioni secondo cui «trattandosi di condotte che per le modalità poste in essere (caratterizzate da reiterazione e da apprezzabile durata di tempo) hanno certamente determinato … un’incidenza negativa di significativa valenza sulla concreta operatività globale del servizio e, in particolare, sullo svolgimento del programma ministeriale relativo alla materia d’insegnamento e inevitabili ripercussioni anche sulle altre discipline tecniche connesse, con inevitabili conseguenze negative sull’apprendimento e sulla formazione dei ragazzi, utenti del servizio “scuola”» e «la libertà di insegnamento non può comportare che il docente non svolga le lezioni, non provveda a spiegare agli alunni gli argomenti oggetto del programma ministeriale e neppure a sollecitarne lo studio sui libri di testo, condotte omissive certamente poste in essere dal NOCITI nel periodo indicato in imputazione» sono manifestamente illogiche, dato che viene del tutto rovesciato il comportamento omissivo, che, sul presupposto di veridicità di quanto precede, sostenuto dalla Corte, è da attribuire all’Amministrazione, che, avendo il potere di sospendere cautelarmente al manifestarsi delle dette condotte, non lo ha esercitato. Ma è proprio il mancato esercizio di questo potere da parte dell’Amministrazione che avrebbe dovuto indurre la Corte di merito alla riflessione secondo cui i fatti sopra elencati rientrano tutti nell’ambito della libertà di insegnamento e dell’autonomia professionale nello svolgimento dell'attività didattica.
  A5) Nell’atto d’appello è stato eccepito che: «Per quanto riguarda il suddetto passare il tempo della lezione a riprendere con la videocamera gli alunni della classe 3a A elettrotecnica invece di tenere regolarmente lezione, di cui al capo A) della sentenza impugnata, c’è da dire che portare la videocamera in classe ed eventualmente usarla come supporto didattico assieme al diario di classe al fine di poter riprendere il comportamento indisciplinato degli alunni, sia su supporto cartaceo, quale è il detto diario, sia su supporto magnetico per mezzo della videocamera de qua, non solo non produce alcun evento dannoso nei confronti dell’ufficio o del servizio pubblico o di pubblica necessità necessario perché il fatto possa assumere la configurazione giuridica p. e p. dall’art. 340 c.p. {Cass. pen., sez. VI, 21 agosto 2006, n. 29351 (ud. 3 maggio 2006), Parisi. Conforme, Cass. pen., sez. VI, 7 luglio 1999, n. 8651 (ud. 18 maggio 1999), P.G. in proc. Frangella ed altro [RV 214198]}, ma, addirittura, rientra tra i compiti istituzionali della funzione docente, la quale è ampliamente tutelata sia dalla garanzia della “libertà di insegnamento intesa come autonomia didattica e come libera espressione culturale del docente”, sia dalla garanzia della “autonomia professionale nello svolgimento dell'attività didattica” (art. 1, commi 1 e 3, D. Lgs. n° 297 del 16/4/1994), come pure dall’art. 7, comma 2, del D. Lgs. n° 165 del 30/3/2001, che dispone che: “Le amministrazioni pubbliche garantiscono la libertà di insegnamento e l'autonomia professionale nello svolgimento dell’attività didattica, scientifica e di ricerca”. Perciò anche nella particolare fattispecie il fatto imputato al sottoscritto nel suddetto capo A) non sussiste o, quanto meno, non è previsto dalla legge come reato. Inoltre, l’art. 24 della legge n° 93 del 29/3/1983, che poneva alcune limitazioni all’uso di tali apparecchiature per il controllo a distanza, è stato disapplicato dall’art. 142, comma 1, del C.C.N.L. del Comparto Scuola, sottoscritto in data 24/7/2003. Infine, l’uso di tali apparecchiature non solo è consentito per le finalità di cui all’art. 13, comma 5, lett. b), del D. Lgs. n° 196 del 30/6/2003, ma, addirittura, l’Autorità Garante per la protezione dei dati personali, in un comunicato del 17/12/2003, ha ritenuto “doveroso ricordare a presidi e operatori scolastici che l’uso di videocamere e macchine fotografiche non ha niente a che vedere con le norme sulla privacy”, in quanto le loro immagini non sono destinate alla diffusione, ma sono raccolte per ricordo ad uso personale e familiare, ed è quindi pienamente legittimo e, di conseguenza, non produttivo dell’evento di danno richiesto dalla norma di cui all’art. 340 c.p. {Cass. pen., sez. VI, 21 agosto 2006, n. 29351 (ud. 3 maggio 2006), Parisi. Conforme, Cass. pen., sez. VI, 7 luglio 1999, n. 8651 (ud. 18 maggio 1999), P.G. in proc. Frangella ed altro [RV 214198]}. Risulta in sentenza che: “nelle altre due classi a lui assegnate, il Nociti” … “dedicandosi, durante le ore di lezione, a riprendere gli studenti con la videocamera“. Perciò, anche per la classe 4a A elettrotecnica, nonostante non vi sia né imputazione e né condanna, vale quanto sopra eccepito per la classe 3a A elettrotecnica». La motivazione della Corte all’eccezione che precede oltre a essere manifestamente illogica, è anche carente, dato che si limita ad affermare che: «nel riprendere con la video camera gli alunni della 3a A, invece di tenere la lezione,» ha certamente determinato «un’incidenza negativa di significativa valenza sulla concreta operatività globale del servizio scolastico e, in particolare, sullo svolgimento del programma ministeriale relativo alla materia di insegnamento e inevitabili ripercussioni anche sulle altre discipline tecniche connesse», intromettendosi nello svolgimento del programma ministeriale, con ciò non osservando le norme giuridiche riguardanti la libertà di insegnamento e l’autonomia professionale nello svolgimento dell'attività didattica, e non dando contezza delle inevitabili ripercussioni sulle altre discipline tecniche connesse, che, sia nel ricorso in appello, sia in altra parte del presente è stato dimostrato non esservi.
  B1) Nonostante nell’atto d’appello è stato fatto presente che: “Innanzitutto si premette che il D.M. 09/3/94 suddetto, recante: “Sostituzione degli orari e programmi di insegnamento vigenti” ecc., dispone, tra l’altro, che : “Tecnologie elettriche, Disegno e Progettazione (T.D.P.) è una disciplina di sintesi, principalmente mirata al conseguimento” … di “fornire capacità specifiche di rivisitazione e riorganizzazione di contenuti appresi in altre discipline, necessari per condurre in modo completo un progetto specifico”, in modo insensato (manifestamente illogico), nella motivazione della sentenza impugnata si afferma di «inevitabili ripercussioni anche sulle altre discipline tecniche connesse». Nell’atto di appello è stato fatto presente che lo stesso D.M. dispone che: “La natura interdisciplinare di questo insegnamento richiede in particolare specifico lavoro di coordinamento del consiglio di classe”. Nella motivazione della sentenza impugnata, oltre a quella di 1° grado, non si da conto e, quindi, vi è omissione del fatto che nell’attività didattica de qua vi sia stato «specifico lavoro di coordinamento del consiglio di classe». Nell’atto di appello è stato fatto presente che lo stesso D.M. dispone che: “Possono essere utili … le letture” e che: “L’attività di progettazione si deve avvalere di numerosi supporti didattici. * Il Laboratorio, organizzato in modo flessibile, dovrà disporre di letteratura tecnica del settore, di manuali per la normativa vigente (in particolare CEI) che dovrà essere rigorosamente rispettata, di listini e di specifiche di prestazione di componenti, di componenti, di strumenti adeguati alle diverse fasi della progettazione, dall’analisi del problema alla stesura della documentazione d’uso. * Brevi unità didattiche e schede di documentazione, non necessariamente organizzate o discusse nelle ore di T.D.P., consentiranno di introdurre, richiamare e puntualizzare le conoscenze pluridisciplinari necessarie per la conduzione del progetto. * Conferenze, visite ad aziende e letture di approfondimento consentiranno allo studente di completare la preparazione, inquadrando l’attività strettamente scolastica in una visione più sistematica dei problemi tecnologici e tecnico-economici”. Nonostante sia stato fatto presente quanto precede nell’atto di appello, nella sentenza impugnata, imputazione compresa, si accusa fino alla noia il sottoscritto di non aver spiegato gli argomenti della lezione, i quali potevano essere spiegati (discussi) in altre discipline. Ciò premesso, nel diari o registri delle classi 3a e 4a A, che, tra l’altro, sono stati acquisiti agli atti del processo in copia non autenticata, sono stati registrati, come precisato nell’impugnazione della sentenza di primo grado, i compiti assegnati, non necessariamente spiegati, che gli alunni dovevano svolgere in classe e/o a casa. Nell’atto d’appello è stato precisato, inoltre, che siccome nei detti registri, in particolare nella colonna relativa all’“Argomento delle lezioni”, ecc., dove la parola “lezioni” sta ad indicare “incontri”, l’argomento, che tra l’altro risulta riportato e spiegato in forma scritta nei libri di testo, è stato scritto senza precisare se sia stato (o non sia stato) spiegato, ciò, anche in base ai programmi ministeriali in precedenza richiamati, non può essere interpretato che sia stato spiegato, per cui senza questa interpretazione il falso ideologico non sussiste. La motivazione di quanto precede è stata completamente omessa nella sentenza impugnata. “In tema di falso documentale, non è punibile, per inidoneità dell’azione, la falsità che si riveli in concreto inidonea a ledere l’interesse tutelato dalla genuinità del documento, cioè che non abbia la capacità di conseguire uno scopo antigiuridico” (Cass. pen. 12 marzo 1998, n. 3134).
  B2) Nella sentenza impugnata è detto dalla Corte che nel capo B della rubrica risulta sufficientemente descritta la condotta illecita oggetto della contestazione con la «descrizione della condotta (effettuata con indicazione del contenuto delle annotazioni, che falsamente attestavano l’espletamento di attività didattica mai posta in essere dal NOCITI)». In rubrica nello stesso capo è scritto, escludendo le classi 3a e 4a B per l’immediata comunicazione, risultante in atti, del sottoscritto all’amministrazione di non effettuare ivi lezione, che il sottoscritto «attestava falsamente nel giornale di classe relativo alle classi 3^ e 4^ A» «di avere regolarmente tenuto lezione e di aver proceduto alla trattazione degli argomenti riportati». Da questa «indicazione del contenuto delle annotazioni», riportata tra virgolette, non si possono ricavare le annotazioni medesime, per poter stabilire se le stesse siano false. Il sottoscritto eccepisce la carente motivazione manifestamente illogica per quanto riguarda questa parte della sentenza impugnata, perché l’omissione sia nella sentenza impugnata e che nel relativo decreto di citazione a giudizio di tutte le espressioni del diario o registro di classe che sono state ritenute viziate di falso ideologico, non solo non consente di poterle verificare, di poterne valutare la loro falsità, ma addirittura non consente neanche di poterne valutare la loro irrilevanza ai fini della falsità ideologica. “In tema di falso ideologico in atto pubblico, per la cui sussistenza si richiede che trattasi di atto destinato a provare la verità dei fatti cui esso si riferisce, la falsità dell’attestazione non può essere riconosciuta prescindendo dal contesto normativo in base al quale va definito il significato dell’enunciato, potendo questo variare al punto che un’attestazione, apparentemente falsa nel suo astratto significato letterale, risulti invece veridica se interpretata con riferimento al suddetto contesto; interpretazione, questa, non censurabile in sede di legittimità se sorretta da adeguata e logica motivazione” (Cass. pen. 17 novembre 1999, n. 13248). Vi è inoltre assoluta mancanza di motivazione di quanto eccepito nell’atto di appello, secondo cui “non essendo state riportate, né nella sentenza impugnata, né nel relativo decreto di citazione a giudizio, tutte le espressioni del diario o registro di classe che sono state ritenute viziate di falso ideologico, detta omissione determina nullità assoluta sia del detto decreto che della sentenza impugnata per il reato di cui all’art. 479 c.p., per mancanza del fatto”.
  B3) Nella sentenza impugnata è stato omessa motivazione di quanto eccepito nell’atto d’appello riguardante il fatto che per non commettere il falso ideologico il sottoscritto non avrebbe dovuto “assegnare e nello stesso tempo registrare compiti non spiegati agli alunni da svolgere in classe e/o a casa”, determinando, così, “la paralisi totale dell’attività didattica con la conseguenza (logica) di non poter effettuare valutazioni e scrutini, sopratutto quando, in applicazione dell’art. 17 del D.P.R. n° 275 del 08/3/99, la promozione degli alunni non dipende più dal voto di condotta”. Di conseguenza non è stato né provato e né escluso il dolo nella fattispecie. “In tema di falso ideologico in atto pubblico, pur essendo richiesto, sotto il profilo psicologico, per la configurabilità di detto reato, il solo dolo generico, deve tuttavia escludersi che esso possa ritenersi sussistente per il solo fatto che l’atto contenga un asserto obiettivamente non veritiero, dovendosi invece verificare, anche in tal caso, che la falsità non sia dovuta ad una leggerezza dell’agente come pure ad una incompleta conoscenza e/o errata interpretazione di disposizioni normative o, ancora, alla negligente applicazione di una prassi amministrativa comunque diffusa: una conseguenza che nel nostro ordinamento è provocata dall’assetto del sistema vigente che per ora ignora del tutto la figura del falso documentale colposo” {Cass. pen., sez. V, 21 giugno 2004, n. 27770 (ud. 18 maggio 2004), Belluomo. Conforme, Cass. pen., sez. V, 22 aprile 2005, n. 15255 (ud. 15 marzo 2005), Scarciglia ed altro [RV 228711]}, “Il dolo nel delitto di falso in atto pubblico non è ‘in re ipsa’. Esso al contrario va sempre regolarmente provato e va escluso tutte le volte in cui la falsità risulti essere oltre o contro l’intenzione dell’agente, come quando risulti essere semplicemente dovuta ad una leggerezza o ad una negligenza, non essendo previsto nel vigente sistema la figura del falso documentale colposo. (Nella specie la Corte ha ritenuto trattarsi di una negligente applicazione di una prassi amministrativa erronea, e non di falso, la condotta di un tecnico comunale che in più occasioni compilava un atto di consistenza con l’attestazione, non corrispondente al vero, della presenza del Sindaco” {Cass. pen., sez. V, 21 febbraio 2000, n. 1963 (ud. 10 dicembre 1999), Veronese ed altri [RV 216354]}.
  B4) E’ fuori ogni logica (manifestamente illogica), inoltre, appalesare «inconferente» nella motivazione della sentenza impugnata «l’affermazione secondo cui l’andamento didattico delle lezioni, nelle classi in cui le stesse venivano tenute dall’appellante, avrebbero potuto essere verificate mediante l’uso di microspie» nell’ampio periodo di tempo, che va dal 22/9/2003 a tutto gennaio 2004, facendo, tra l’altro, finta di ignorare le previsioni degli art. 234, comma 1, e 235 c.p.p., sopratutto perché tra la prova testimoniale degli alunni accusatori, che, nonostante la mancanza legittima, come visto, delle spiegazioni del sottoscritto e nonostante le spiegazioni debitamente fornite dal docente compresente, ins. Cariati, non facevano assolutamente niente rispetto a quanto risulta assegnato loro nei registri di classe, e quella eventuale del solo sottoscritto accusato, c’era una forte disparità numerica a favore dei primi. Rispetto a una prova filmata si correva il rischio di mettere sotto processo gli alunni e chi li manovrava contro il sottoscritto e ciò, evidentemente, per l’accusa non poteva risultare conveniente, se, come in effetti è avvenuto, si volesse ottenere il risultato raggiunto.
  B5) La parte della motivazione della sentenza impugnata, secondo cui «all’evidenza infondate risultano le argomentazioni afferenti la asserita legittimità delle annotazioni apposte sul registro di classe» e, in particolar modo, l’eccezione contenuta nell’atto di appello, secondo la quale “Inoltre, anche per via della libertà di insegnamento, tutta l’attività di insegnamento, spiegazioni comprese, è assolutamente discrezionale e, come tale, il registro di classe, in cui è rappresentata, non è destinato a provare la verità di alcun fatto”, che si riferisce soltanto alla parte in cui è riportata l’attività didattica discrezionale, cioè soltanto a quella parte di detto registro in cui sono riportati gli argomenti delle lezioni, è manifestamente illogica, dato che: “In tema di falso ideologico deve escludersi la sussistenza di una condotta punibile qualora il pubblico ufficiale sia stato chiamato a esprimere un giudizio. In tale evenienza, infatti, il pubblico ufficiale è libero anche nella scelta dei criteri di valutazione e la sua attività è assolutamente discrezionale e, come tale, il documento che lo rappresenta non è destinato a provare la verità alcun fatto. Invece, la falsità sarebbe configurabile se l’atto è diretto ad accertare accadimenti o, comunque, circostanze direttamente percepite dal pubblico ufficiale, senza che di esse debba essere fornito alcun apprezzamento, ed egli le riporti in modo non veritiero nell’atto redatto” (Cass. pen. 16 gennaio 2008, n. 11335). Conforme: “In tema di falso ideologico in atto pubblico, l’art. 479 del c.p. va interpretato nel senso che se il P.U., chiamato ad esprimere un giudizio, è libero anche nella scelta dei criteri di valutazione, la sua attività è assolutamente discrezionale e, come tale, il documento che lo rappresenta non è destinato a provare la verità di alcun fatto. Diversamente se l’atto da compiere fa riferimento implicito a previsioni normative, che dettano criteri di valutazione, si è in presenza di quella che, in sede amministrativa, si denomina discrezionalità tecnica, la quale vincola la valutazione ad una verifica. In tal caso il P.U. esprime pur sempre un giudizio, ma l’atto potrà essere obiettivamente falso se il giudizio di conformità non sarà rispondente ai parametri cui il giudizio stesso è implicitamente vincolato” {Cass. pen., sez. V, 17 dicembre 1999, n. 14283 (ud. 17 novembre 1999), Pinto ed altri [RV 216123]}.
  B6) Vi è mancanza di motivazione dell’eccezione dell’atto di appello secondo cui “se i relativi alunni si fossero coalizzati al fine di impedire le spiegazioni, magari sotto la direzione tacita del Capo d’Istituto e degli altri membri del relativi Consigli di classe disposti a non muovere un solo dito in senso inverso, come nel caso in questione”, evidenziato con le abbondanti note disciplinari risultanti nei relativi registri di classe, di cui è menzione nel capo B) di imputazione.
  C) Vi è, infine, omissione (mancanza) di motivazione all’eccezione proposta nell’atto d’appello, secondo cui nelle motivazioni che precedono in esso, da cui si rileva l’assoluta assenza di reati, non concedere neanche le circostanze attenuanti generiche rende la relativa sentenza impugnata abnorme o, quanto meno, illegittima anche in parte qua.
  D) Nel ottavo rigo del punto 2) della sintesi dei motivi di appello della sentenza impugnata le parole errate: «e non anche», devono essere sostituite con quelle corrette: «e anche», come si evince dall’atto d’appello.
P. Q. M.
  Piaccia alla Suprema Corte disporre, in accoglimento del presente ricorso, la dichiarazione di inesistenza nell’ordinamento giuridico o l’annullamento dell’intera sentenza contumaciale [Capi A) e B)] n° 826/10 Reg. Sent. del 12/10/2010 impugnata, emessa dalla II Sez. Pen. della Corte d’Appello di Catanzaro, con ogni consequenziale statuizione e con vittoria di spese.
  Spezzano Albanese, lì 14 febbraio 2011.
F I R M A T O
(dott. ing. Domenico Nociti)
F.to Domenico Nociti

TRIBUNALE CIVILE e PENALE di CASTROVILLARI
  Si attesta che in data odierna il signor Domenico Nociti, nato il 10/11/1947 in Spezzano Albanese (CS) ed ivi residente Via San Domenico, 104, ha presentato presso questo Ufficio atto di ricorso per Cassazione avverso la sentenza n° 826/10 del 12/10/2010, emessa dalla II Sezione Penale della Corte d’Appello di Catanzaro. Lo stesso è stato identificato a mezzo carta d’identità n° AJ 7009533 rilasciata dal Comune di Spezzano Albanese in data 22/07/2003 e ha sottoscritto il suddetto ricorso in mia presenza.
  CASTROVILLARI, 14 febbraio 2011
IL CANCELLIERE C1
Michele Dell'Aiera
F.to Michele Dell'Aiera
__________________________________________________
Made in 2011 by dott. ing. Domenico Nociti - Usa quest’opera o parte di essa, ma ricordati di citare sempre l’autore nelle immediate vicinanze del ricorso o di una sua parte * * Via San Domenico n° 104 SPEZZANO ALBANESE

sabato 5 giugno 2010

    BAZILIKA   PALEOKRISTIANE   E   MESAPLIKUT


ILIRIA Nr. 1 - 1984



Damian KOMATA


BAZILIKA PALEOKRISTIANE E MESAPLIKUT

    Në pranverën e vitit 1978 në fshatin e Mesaplikut (rrethi i Vlorës) rrëzë kodrës së Smokthinës, gjatë punimeve për ngritjen e një banese, u zbuluan gjurmë mozaiku dhe rrënoja muresh. Vendi ku dolën këto mbeturina, është një brezare e madhe që vendasit e quajnë Bregu i Kishës. Prej këndej në drejtim të jugperëndimit shtrihet fusha e Mesaplikut e cila përshkohet nga lumi i Smokthinës. Ajo është e mbrojtur dhe e rrethuar nga kodrat e Smokthinës, të Tërbaçit dhe të Markovës. Nga lindja shihet mali i Çipinit, ndërsa në anën perëndimore rreth gjysmë ore larg nga Bregu i Kishës gjendet një kodër e bukur në trajtë piramide mbi të cilën ruhen mbeturinat e kalasë ilire të Cerjes (Fig. 1).
    Gërmimet[1] e kryera në Begun e Kishës, në një sipërfaqe prej 180 m² nxorrën në dritë një bazilikë paleokristiane, muret e së cilës ishin ndërtuar me gurë dhe dyshemeja ishte shtruar me mozaikë me zbukurime të pasura.
    Arkitektura. Bazilika me përmasa 13,80 x 11,00 m, me drejtim lindje - perëndim kishte tri aniata (Fig. 2), një qëndrore me absidën nga lindja dhe dy aniata anësore. Aniata qëndrore është më e gjerë, 4,5 m, ndërsa anësoret janë: verioria 2,25 m dhe jugorja 2,5 m. Duhet thënë se dyshemeja e bazilikës është e pjerrët dhe aniata jugore ndodhet 0,25 m më poshtë se pjesa tjetër e dyshemesë. Mbeturinat e mureve të bazilikës janë të pakta. Ato ruhen në një pjesë të absidës, të  murit  të  aniatës  veriore  dhe  të  altarit,  të  zbuluar  0,75  m  nënsipërfaqe. Absida është trebrinjëshe nga ana e jashtme, dhe gjysmërrethore nga brenda, brinja ballore e saj është 2,85 m e gjatë, ato anësoret nga 1,5 m, ndërsa muri është 0,85 - 0,95 m i gjerë dhe ruan një lartësi 0,42 m.
    Në njërin krah të absidës doli në dritë muri i anës lindore të aniatës jugore. Është ruajtur në një gjatësi 1,65 m, i trashë 0,68 m dhe i lartë 0,32 m. Pjesë të tjera të ruajtura që u gjetën gjatë gërmimit ishin dy mure të hyrjes së altarit të cilat kanë qenë ngritur mbi dysheme, pothuaj në një nivel me mozaikun. Këto formojnë një kalim (gati 1 m të gjerë) për në altar. Muret e krahut të djathtë të hyrjes duke formuar një kënd të drejtë janë të gjatë 1,30 m dhe 0,45 m, të gjerë 0,36 m dhe të lartë 0,13 m. Në të dyja faqet e mureve shihen gjurmët e suvasë. Pjesë suvaje janë vërejtur edhe në pjesën e poshtme të murit që ndan aniatën jugore nga ajo qendrore.
    Për hyrjet e bazilikës nuk mund të themi asgjë përderisa muret e saj ishin të dëmtuara. Muret e bazilikës ishin ndërtuar me gurë shtufi të nxjerrë në vend, të papunuar e me përmasa mesatare e të vogla. Në mënyrën e ndërtimit është ndjekur rregulli i vendosjes së gurit pak a shumë në rreshta të drejtë. Si mjet lidhës është përdorur llaçi i fortë i bollshëm, i bërë me gëlqere e rërë të trashë. Në mbushjen në mes dy faqeve të mureve të absidës e të altarit, janë përdorur, megjithëse rrallë, edhe copa tjegullash.
    Bazilika e Mesaplikut mund të themi se përfaqëson një objekt kulti të tipit të thjeshtë me tri aniata pa narteks. Deri tani të këtij tipi njohim një bazilikë në Butrint dhe një tjetër në territorin e Greqisë[2].
    Si lëndë e parë për ndërtimin e bazilikës janë përdorur guri e llaçi dhe për mbulesë druri dhe tjegulla. Kjo dëshmohet nga mungesa e fragmenteve arkitektonike dhe gjetia në gërmimet e një numri krahasimisht të madh tjegullash të tipit solen si dhe gozhdë, që kanë shërbyer për mbërthimin e trarëve prej druri. Ndarja në mes të aniatave bëhej me shtylla prej guri të cilat mbështeteshin në bazamente prej guri. Për këtë dëshmon edhe zbulimi brenda në objekt i një bazamenti me përmasa 0,40 x 0,40 m (Fig. 3), i cili në mes ka një brimë, ku derdhej plumbi për lidhjen e shtyllës.
    Kjo teknikë ndërtimi, përgjithësisht me gurë e llaç të bollshëm, është e njohur e zbatuar në monumentet e antikitetit të vonë të vendit tonë, si në fortifikimet e në bazilikat e zbuluara në Tepe, Lin, Sarandë etj. Absida e aniatës qëndrore për nga forma gjen analogji me tipa lokalë si me ata të bazilikës së Ballshit[3] të datuara në shek. VI, ose me ato të bazilikave jashtë vendit tonë si bazilika e Bela Crkvas[4] ose bazilika të tjera që i përkasin fundit të periudhës paleokristiane[5].
    Varri. 1,5 m larg absidës në anën e brendshme, në të djathtë të saj, u gjet një varr 1,70 m i gjatë e 0,34-0,47 m i gjerë. Ai ka trajtë arke dhe është ndërtuar prej gurësh plloçakë, të vendosur vertikalisht (Fig. 2). Në anën e kokës varri kishte një pllakë me përmasa 0,30 x 0,16 x 0,09 m ndërsa në anën e këmbëve ajo mungonte. Si mbulesë janë përdorur pllaka shtufi mesatare dhe si shtrojë një pllakë 1 m e gjatë dhe disa të tjera më të vogla. Skeleti ruhej përgjithësisht mirë, i shtrirë në shpinë, me duar të kryqëzuara mbi gjoks. Ishte i gjatë 1,64 m me drejtim lindje - perëndim me kokë nga perëndimi. Pa inventar. Mënyra e hapjes së gropës dhe pikërisht fakti që niveli i mozaikut është i njëjtë me mbulesën e varrit, të bënte të mendosh se varri ka qenë ndërtuar në të njëjtën kohë me godinën. Në një fazë të dytë është vendosur mozaiku. Me sa duket i varrosuri i përkiste një personi me ofiq fetar. Raste të tilla analoge, megjithëse nga pikëpamja arkitektonike varret nuk janë të të njëjtit tip, njihen edhe nga bazilika të tjera si ajo e Linit (Pogradec)[6], e Tepes (Elbasan)[7], e Ulpianës (Kosovë)[8] ose pika të tjera më të largëta[9].
    Mozaiku. Interes të veçantë për këtë bazilikë paraqet dyshemeja me panele mozaiku. Të tri aniatat e kësaj bazilike ishin të shtruara me mozaikë shumëngjyrësh. Më mirë është ruajtur mozaiku në dy aniatat anësore, ndërsa në atë qendrore ai ishte mjaft i dëmtuar (Fig. 2).
    Për realizimin e figurave të ndryshme mjeshtri ka përdorur kubikë shumëngjyrësh, zakonisht me përmasa 1 x 1 x 1 cm, të prerë nga shkëmbinj gëlqerorë me ngjyra të ndryshme, që gjenden rrëzë malit të Çipinit. Janë përdorur edhe kubikë mozaikësh prej tulle të pjekur dhe më rrallë prej brumi qelqi. Ngjyrat më të zakonshme të mozaikut janë e bardha dhe e kaltra. Pës sfondin e figurave është zgjedhur ngjyra e bardhë përmbi të cilin vendosen kubikë ngjyrë gri të errët, okër, rozë e të kuqe tulle, si dhe nuanca të tjera si rozë vishnje, gri e çelët ose në të gjelbër dhe e kuqe e çelët.
    Struktura mbi të cilën mbështetet shtresa e mozaikëve përbëhet nga katër shtresa të vendosura njëra mbi tjetrën (Fig. 4) të cilat duke filluar nga sipër janë: 1)shtresë shumë e hollë gëlqereje (4 mm) ku nguliteshin kubikët e mozaikëve, 2) shtresë llaçi me pluhur tulle 0,03-0,035 m e trashë, ngjyrë rozë, 3)  shtresë  llaçi  0,04-0,05  m  e  trashëme shumë gëlqere e pak rërë e përzier me gurë të vegjël, 4) shtresë kalldrëmi 0,05 - 0,06 m e trashë prej pllakash guri shtufor.
    Mozaikët e secilës aniatë kanë kompozime prej motivesh të ndryshme. Anët e paneleve të dyshemesë me mozaikë ndahen nga faqja e suvatuar e mureve me një shirit 0,06-0,08 m të gjerë.
    Aniata veriore. Paneli i mozaikut të kësaj aniate me përmasa 10,30 x 2,25 m ndryshe nga aniatat e tjera fillon 0,80 m larg murit në krahun perëndimor të bazilikës (Fig. 2). Pjesa më e madhë e shtrojës është e ruajtur në gjëndje të mirë dhe përbëhet nga shtatë medaljone me figurë kryesore tetëkëndëshin. Në hapësirën e medaljonit të parë piktori ka vendosur portretin e një njeriu. Portreti i dhënë në profil djathtas, paraqet tiparet burrërore të një personi, ndoshta të njohur për atë kohë (Fig. 5).
    Ai paraqitet i pushtetshëm, me një shikim të thellë e të përqëndruar, me flokë të gjatë e të dredhur që derdhen prapa si gërshet dhe mban në kokë një kësulë gjysmësferike në qendër të së cilës del një majuc. Në pjesën e prapme të kësulës varen dy fije të një kordeleje të kuqe. Para fytyrës, me shkronja të mëdha greke të vendosura në katër rreshta, lexohet AΠAPKEAC, që ndoshta duhet lidhur me fjalën ἀπαρϰτίαϛ që do të thotë «era e veriut»[10].
    Konturet e portretit janë punuar me kubikë ngjyrë gri të errët e pjesërisht rozë, ndërsa për pjesët e tjera përdoren kubikë gri të çelët, të gjelbër të çelët, të bardhë dhe pak prej tulle. Për nga stili dhe ikonografia, portreti, siç shprehet edhe Dh. Dhamo në artikullin e saj[11], lidhet me antikitetin e vonë. Ajo shfaq edhe mendimin se kordelja e kuqe të sjell ndërmend hyjnitë pagane, perëndeshën e fitores, Niken, perandorët nëpër monedhat romake e sidomos engjëjt e pikturave mesjetare. Ne jemi të mendimit se paraqitja e kësaj figure në aniatën veriore dhe mbishkrimi duhen lidhur me një figurë të veçantë, që personifikon erën e veriut, gjë që shpiegohet edhe me besimin e vjetër popullor se të këqiat apo të mirat vijnë nga një forcë natyrore e veshur me atributet e njeriut.
    Në dy nga medaljonet e tjera, të cilat nuk ruhen në gjendje të plotë, përsëritet një figurë tip rozete (Fig. 6). Ajo përbëhet prej një rrethi qendror me diametër 0,42 m. Nga periferia e këtij rrethi dalin një tufë spiralesh të përbëra nga kubikë ngjyrë të errët, të kuqe tullë, rozë e të bardhë. Tri medaljonet e tjera që pasojnë, megjithëse mjaft të dëmtuara, përbëhen nga zbukurime gjeometrike me motivin e rrethit, të kryqit e të vijave  diellore.  Kështu  në  medaljonin  e  pestëjanë vizatuar katër rrathë që ndërthuren në mes tyre dhe në hapësirën e çdo rrethi është shënuar nga një kryq, me kubikë gri të errët (Fig. 7). Prej medaljonit të shtatë ruhet një pjesë e një figure të përbërë nga një romb, në brinjët e të cilit ndërthuret një gërshet. Brenda medaljoneve formohen figura me motive gjeometrike, pjatanca me fruta (dardha e mollë), peshq ose degëza me gjethe urthi. Konturet e mbajtësve të frutave janë bërë me kubikë ngjyrë okër, gjë që i përgjigjet ngjyrës origjinale të qeramikës, ato të frutave me ngjyrë të kuqe tulle, rozë e të gjelbër të çelët, ndërsa për peshqit dhe urthin janë përdorur kryesisht kubikë guri gri të errët, rozë dhe të kuq.
    Të shtatë medaljonet që paraqitëm më lart kufizohen në të katër anët nga një kornizë 0,53-0,55 m e gjerë ku spikatin motivi i tabelës së shahut dhe i gërshetës së dyfishtë, përbërë nga katër kordele prej vijash njëshe, dyshe apo treshe (Fig. 2, 5). Motive të tilla si urthi, kryqi, gërsheta, rozeta janë të njohura në mozaikët e dyshemeve të ndërtimeve publike të periudhës së vonë romake[12] dhe do të gjejnë përhapje të gjerë në bazilikat paleokristiane të vendit tonë[13] dhe në territore të vendeve fqinje ballkanike[14].
    Aniata qendrore. Shtroja e dyshemesë së kësaj aniate përbëhet nga dy panele katërkëndësh kënddrejtë, të cilat siç tregojnë gjurmët kanë qenë të zbukuruara, me motive gjeometrike, bimore e zoomorfe. Mozaiku i zbuluar në këtë aniatë është gjetur tepër i dëmtuar, prandaj nga pjesët e ruajtura është vështirë të rindërtohet i tërë kompozimi.
    Në panelin me mozaikë të vendosur në gjysmën perëndimore të aniatës, me përmasa 4,60 x 2,85 m, kanë qenë vizatuar 32 katrorë me përmasa 0,40 x 0,40 m. Pjesa e brendshme e këtyre katrorëve ishte mbushur me motive gjeometrike apo zoomorfe. Kështu në qoshen veriore të këtij paneli ruhet vizatimi i një rozete gati e njëllojtë me atë të aniatës veriore. Në një katror tjetër shihet figura e një shpendi (shapkë uji) trupi i të cilit është trajtuar me kubikë gri të gjelbër të çelët, ndërsa syri dhe maja e sqepit me kubikë gri të errët (Fig. 8). Figura shpendësh ndeshim në mozaikët e bazilikave të vendit tonë (Lin, Butrint, Sarandë)[15] dhe në ato të territorit të Greqisë[16].
    Gjatë gjithë gjerësisë në krahun perëndimor është ruajtur korniza që e rrethonte panelin. Pjesa e jashtme e kornizës që nis rrëzë murit është 0,16 m e gjerë dhe përbëhet prej 10 vija kubikësh ndërsa më tej ajo ndiqet nga një lloj gërshete 0,65 m e gjerë e përbërë nga një çift rrathësh të pandrërperë, të cilët duke u mpleksur njëri me tjetrin formojnë rrathë më të vegjël (Fig. 2). Më tej në pjesën e brendshme krijohet motivi i gërshetës me dy kordele. Në formimin e kësaj kornize në tërësi mjeshtri ka përdorur kubikë me ngjyrë të ndryshme por zotërojnë ngjyra rozë, okër, e gjelbër e çelët dhe e bardhë. Një gjë analoge me çift rrathësh të pandërprerë gjejmë edhe tek mozaiku i dyshemesë së baptisterit paleokristian të Butrintit[17], në bazilikat e Nikopolisit[18], e të Ohrit[19].
    Një gjë e veçantë që vihet re është se këtu gati gjysma e dyshemesë zihet nga altari. Një pjesë e mozaikut e ruajtur në dy anët e portës së altarit përbëhet nga dy katërkëndësha, të vendosur simetrikisht e me përmasa 1,55 x 1,20 m secili, të kufizuar me një kornizë 0,12 m të gjerë. Si motiv për mbushjen e këtyre katërkëndëshave është përdorur rozeta katërfletëshe (Fig. 9) e kufizuar përqark nga dy vija me kubikë të bardhë dhe fushë me kubikë të kuq.
    Pjesa tjetër e dyshemesë në anën lindore të aniatës me një gjatësi 3,80 m përbëhet prej katrorësh të mbushur me motive gjeometrike. Mbeturinat e mozaikut këtu i shohim më mirë në krahun e djathtë të aniatës. Si motive më të parapëlqyera janë rombi, figura luspash (Fig. 10, 11), hapësira e të cilave mbushet me kubikë rozë e të gjelbër të çelët, dhe gërsheti i thjeshtë i këmbyer me vija të drejta e të thyera. Motive që zotërojnë me tepër në këtë aniatë, sigurisht për aq sa na lejojnë mbeturinat e shtrojës së mozaikut, janë rozeta katërfletëshe që simbolizon kryqin, rombi, gërsheti etj., të cilat janë të njohura e të zbatuara në dyshemetë e ndërtesave të kohës së vonë romake, por gjejnë zbatim më të gjerë edhe në dyshemetë e shtruara me mozaikë të bazilikave paleokristiane (shek. V-VI e erës sonë). Ato janë ndeshur në bazilikat e zbuluara në Tepe (Elbasan)[20], në Lin (Pogradec)[21], në Herakle të Maqedonisë[22] si dhe ato të ishujve të Egjeut (Qipro, Kos etj.)[23], të datuara në fund të shek. V ose gjatë shek. VI.
    Aniata jugore. Mozaiku i kësaj aniate, i cili përgjithësisht ruhet në gjendje të mirë (Fig. 2) përfshihet në një panel kënddrejtë me përmasa 11,40 x 2,40 deri 2,50 m. Në hapësirën e panelit të kësaj aniate vijnë njëri pas tjetrit shtatë medaljone të ndara në mes tyre nga katrorë të thjeshtë. Sikurse në aniatën veriore dhe këtu spikat figura e tetëkëndëshit dhe disa motive të tjera përsëriten, por megjithatë monotonia do të thyhet nga zbatimi i disa motiveve të reja. Ndërmjet zbukurimeve që përsëriten në këtë aniatë janë vijat dyshe të përdredhura në trajtën e numrit tetë, nyja e Solomonit, por e trajtuar në tipin e svastikës, gjethet e urthit të cilat janë të shpeshta dhe gërshetat e ndërthurura në vetvete (Fig. 12). Një figurë simetrike e një shpendi, ndoshta një pëllumb, koka e të cilit është pjesërisht e dëmtuar, jepet në ecje, ndërsa mbi trup afër qafës është vizatuar një kordele e valëzuar nga era (Fig. 13). Konturet e kësaj figure janë prej kubikësh gri të errët, okër të gjelbër e të çelët, ndërsa pjesët e tjera, koka, këmbët dhe kordelja me kubik prej tulle.
    Sikurse pjesa tjetër dhe mozaiku i aniatës jugore zë fill rrëzë murit me një kornizë, gjerësia e së cilës nuk është e njëjtë në të gjitha anët. Kështu ajo në anën e murit perëndimor është 0,18 m e gjerë dhe përbëhet prej dymbëdhjetë vijash, prej të cilave tri me kubikë gri të errët, katër me kubikë okër, tri të bardhë e dy rozë. Në anën e mureve gjatësore të bazilikës korniza është 0,10 deri 0,11 m e gjerë me ngjyra gri të errët, rozë e të bardhë. Pas kësaj vjen motivi i rrethit të gërshetuar, 0,47 m i gjerë, në qendër të të cilit gjendet një romb i vogël i përshkuar nga dy vija të kryqëzuara. Përgjatë boshllëqeve që krijohen nga 24 rrathë të kornizës, në të dy anët e saj shihen trekëndësha të vegjël dhe më rrallë gjethe urthi (Fig. 2).
    Përsa u përket motiveve të kësaj aniate si pëllumbi me kordele, nyja e Solomonit, korniza e trajtuar në trajtë gërshete rrethore ose gërsheta e trajtuar në vetvete do t’i ndeshim kryesisht në mozaikët e baptisterit të Butrintit[24] dhe në bazilikat e territorit të Greqisë e të Qipros[25] në Caricin Grad (Jugosllavi)[26], etj.
    Gjetje arkeologjike. Në sipërfaqen e gërmuar u zbulua edhe një lëndë arkeologjike ku vendin kryesor e zenë fragmentet e tjegullave, por ka edhe një numër fragmentesh enësh prej balte ose qelqi si dhe copa xhami dritaresh e ndonjë objekt metalik ku mbizotërojnë gozhdët (Tab. I).
    Tjegullat janë të tipit solen, pak të përkulura, të zbukuruara me vija të valëzuara. Në fragmentet e enëve ka vorba me buzë të profiluara, të rrumbullakuara ose që zgjaten nga jashtë me fund në trajtë kërthize, buzë pjatash, vegjë dhe ndonjë faqe dinosi. Këto enë, me brumë me përmbajtje rëre të imët dhe kuarci ngjyrë piperi dhe të lyera përbrenda me një shtresë sere, i përkasin kategorisë së enëve të zjarrit dhe për ruajtjen e rezervave ushqimor. Enë me formë e fakturë të këtillë janë gjetur në disa qendra arkeologjike të vendit tonë[27], apo në vendet fqinje[28] dhe i përkasin periudhës së vonë antike.
    Një sasi e vogël fragmente enësh qelqi që u përkasin shisheve, filxhanave apo gotave (me diametër 7-9 cm) me faqe të holla, buzë pak të profiluara, funde të mysëta e vegjë elegante, gjejnë analogji me disa ekzemplarë që vijnë nga një bazilikë afër Mostarit (Jugosllavi)[29] e nga Kastelseprio (Itali)[30] dhe datohen në kohën e Justinianit. Në objektet metalike janë për t’u përmendur një rreth hekuri me trup petashuq 0,05 cm i gjerë e diametër 3,5 cm dhe 36 gozhdë me kokë të rrumbullakët (diametri 2-2,5 cm) e trup me prerje katrore me gjatësi 5-9 cm (Tab. I).

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Përfundime

    Bazilika e Mesaplikut, mesatare për nga madhësia, tipologjikisht ngjan edhe me bazilika të tjera që përfshiheshin në atë kohë në trevat e provincave të Epirit të Vjetër e të Ri me kryeqendra përkatësisht Nikopolisin dhe Dyrrahun. Megjithatë si një bazilikë e një province të largët të perandorisë bizantine, kjo duhet parë si një objekt kulti i tipit të thjeshtë, pa narteks, i cili ka pasur disa elemente asimetrike në përmasat e aniatave.
    Bazilika e Mesaplikut e ngritur në një zonë krahasimisht të thellë malore, ka qenë e lidhur me vendbanime të tjera të zonës dhe sidomos me kalanë e Cerjes, e cila vazhdonte të përdorej si qendër e fortifikuar edhe në antikitetin e vonë[31]. Ajo duhet të ketë qenë e ndërvarur nga peshkopata më e afërt e qytetit të Amantisë, ndërkohë që mbante kontakte, nëpërmjet rrugës që ndiqte lumin e Shushicës, dhe me qytete të tjera si Onhezmi, Butrinti etj.
    Me paraqitjen dhe krahasimin që i bëmë mozaikut me ato të zbuluara në qendrat antike dhe në veçanti në bazilikat paleokristiane të vendit tonë apo dhe të tjera në vendet fqinje, ne gjejmë shumë elemente të përbashkëta dhe përngjasime në mes tyre. Realizimi dhe plotësimi i zbukurimeve apo i elementeve kompozicionale të përafërta me një varg bazilikash bashkëkohëse të shek. VI (Sarandë, Butrint, Paleopolis, Lin etj) shpjegohet nga fakti se mjeshtrit mozaicistë të kësaj kohe duke u endur në zona e qendra të ndryshme këmbenin përvojën me njëri-tjetrin. Nga ana tjetër ata mbështeteshin edhe në traditën më të hershme të mozaikut të shekujve të parë të erës sonë, gjë që shihet në «huazimin» e një numri motivesh bimore e sidomos gjeometrike (trekëndëshi, tetëkëndëshi, rombi, kryqi, tabela e shahut, rozeta, urthi etj). Prania e këtyre motiveve zbukuruese në mozaikun e bazilikës sonë, të mpleksura me motive të tjera si zoomorfe e antropomorfe dhe të trajtuara në frymën e kohës, siç është p.sh. portreti i njeriut, flet për pasurinë dekorative dhe rritjen e nivelit të artit mozaik në periudhën paleokristiane.
    Shqyrtimi i skemës kompozicionale të mozaikut në tërësi, i elementeve stilistike zbukuruese në veçanti, i strukturës arkitektonike, i gjetjeve arkeologjike, megjithëse të pakta dhe së fundi disa trajta shkronjash të mbishkrimit, të çojnë në përfundimin se bazilika e Mesaplikut është ngritur aty nga gjysma e parë e shek. VI. Shkatërrimi i saj, siç tregojnë gjurmët e forta të djegies mbi dyshemenë e mozaikut, në suvanë e mureve të aniatave dhe në një numër të madh tjegullash që i përkisnin çatisë së saj duhet të ketë ardhur nga një zjarr i fuqishëm. Nuk përjashtohet mundësia që ky zjarr që rrënoi këtë bazilikë të ketë lidhje sikurse shprehet edhe Dh. Dhamo me dhunën e ushtruar nga ana e ikonoklastëve gjatë shek. VIII-IX[32].

    RESUME

LA BASILIQUE PALEOCHRETIENNE DE MESAPLIK

    A l’endroit appelé Bregu i Kishës, près du village de Mésaplik, district de Vlora, a été découverte une basilique paléochrétienne aux dimensions 13,80 x 11 m. Elle avait trois nefs et une abside (trilatérale à l’extérieur et hémicycle à l’intérieur) dans la nef centrale orientée vers l’Est (Fig. 2). La basilique n’avait pas de narthex. Près de l’abside, à l’intérieur de la basilique, a été trouvée une tombe avec un squelette et sans inventaire. La basilique était construite avec des pierres et du mortier et couverte de tuiles solennes (Tab. I).
     Les planchers des trois nefs étaient couverts de mosaïques multicolores, chacune composée de différents motifs géométriques, floréaux, zoomorphes et plus rarement anthropomorphes. Un intérêt particulier représente le premier médaillon dans la nef septentrionale, où est dessiné le portrait d’un homme aux traits virils, regards concentré, cheveux longs en tresse et un couvre-chef hémisphérique (Fig. 5). Devant la face se trouve l’inscription APARKEAS. A notre avis cette représente le vent du nord.
    Les mosaïques de cette basilique ont des analogies avec d’autres mosaïques trouvées dans les centres antiques de l’époque romaine et en particulier dans les basiliques paléochrétiennes d’Albanie ou des pays voisins, ce qui s’explique soit par le fait que les mosaïstes erraient d’une région à l’autre en échangeant l’expérience entre eux, soit par le fait qu’ils s’appuyaient sur les traditions héritées de l’époque précédente.
    L’examen du schéma de composition de la mosaïque de Mésaplik, de ses éléments décoratifs, de la structure architectonique et des trouvailles archéologiques nous amène à la conclusion que la basilique de Mésaplik devrait être construite vers la première moitié du VIe siècle et qu’elle a dû être détruite, comme en témoignent les traces, par un grand incendie.


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    [1]^ Gërmimet u bënë në verën e vitit 1979. Përveç nutorit mori pjesë dhe P. Kulla, bashkëpunëtor i jashtëm i QKA, të cilin e falënderoj për ndihmën e tij. Për dokumentacionin e objektit punuan skleografët I. Zaloshnja e P. Nalpi ndërsa për mirëmbajtjen dhe më vonë (viti 1980) për shkuljen krejt të dyshemesë së mozaikut, punoi një grup specialistësh nga Istituti i Monumenteve të Kulturës. Sot mozaiku ruhet në fondet e këtij Istituti dhe vetëm një pjesë e vogël (portreti i njeriut) është ekspozuar në një nga sallat e lashtësisë së Muzeut Historik Kombëtar në Tiranë.
    [2]^ D. Pallas, «Les Monuments paléochrétiens de Grèce découverts de 1959 à 1973», Roma 1977, f. 209, Fig. 145.
    [3]^ S. Anamali, Bazilika e Ballshit, (Raport mbi rezultatet e gërmimeve në vitin 1976). Ruhet në arkivin e QKA.
    [4]^ I. Nikolajević, Sahranjivanje u Ranohrisçanskim crkvama na Poruçju Srbie, «Arheoloski Vestnik XXIX» 1978, Lubjana, f. 683, Fig. 2.
    [5]^ T. Andelić, Kasnoanticka bazilika u Cimu kod Mostara, «Gl. Zem. Muzeja Bosne i Hercegovina u Serajevu», XXIX (1974) Serajevo 1976, f. 224; P. Krauthenier, Early Christian and Byzantine Architecture, «The Pelican History of Art», 287; I. Barnea, Nouvelles considérations sue les baziliques chrétiennes de Dobroudja, «Dacia» XI-XII, 1945-1947, Fig. 9, 10; A. Deroko - S. Radojčić, Bizantinske starine u Jablanici i Postoj Reçi, «Starinar», NS, I, Beograd 1950, f. 170, Fig. 10; D. Pallas, vep. cit., Fig. 154.
    [6]^ S. Anamali, Mozaikët e bazilikës paleokristiane të Linit, «Iliria» III, 1974, f. 329-344.
    [7]^ N. Ceka - A. Meksi, Bazilika paleokristiane në Tepe të Elbasanit, «Buletini Arkeologjik», 1971, f. 184-190.
    [8]^ I. Nikolajević, vep. cit., f. 689, Fig. 12.
    [9]^ M.I. Sotiriu, Oi meta troullou naci metavatiqis epohis, «Byzantinisch-neugrichische Jahrbücher», vëll. 10, Athina 1934, f. 269, Fig. 3; 273, 5; 276, 6; 281, 13; P.L. Vokotopoulos, Paratiriseis, stin legomeni Vasiliqi tou Ajiou Nikonos, «Praktika A Dhiethnous sinedhriou Paloponnisiakon Spoudhon», vëll. II, Athina 1976, f. 274-282.
    [10]^ Shih: I. Dhr. Stamatakou, «Leksikon tis neas Ellin, Glossis» Tom III, Athina 1949, f. 434-435; Henry G. Liddell-R. Scott, «Greek-English Lexicon Oxford», 1968, f. 180.
    [11]^ Dh. Dhamo, Vepra dhe tipare të pikturës në Shqipëri në shek. V-XV, «Studime Historike» 1, 1984, f. 146.
    [12]^ S. Anamali-S. Adhami, «Mosaïques d'Albanie» Tiranë 1974, f. 28, 36, 39; H. Kenner, Römische Mosaiken aus Osterreich, «La Mosaïque Grèco-Romaine», Paris 29 Août - 3 Septembre 1963; S. Pelekanidhi-P.I. Atzaka, «Sintagma ton palaiohristianikon dhapedhon tis Elladhos» Thessaloniqi 1974, Fig. 66 a.
    [13]^ S. Anamali-S. Adhami, vep. cit., f. 46, 48, 50; S. Hidri, Rezultatet e gërmimeve në bazilikën e Arapajt (1980-1982), «Iliria» 1983, 1, f. 135; S. Anamali, Mozaikët e bazilikës..., f. 340, Tab. III; A. Meksi, Bazilika e madhe dhe baptisteri i Butrintit, «Monumentet» 1, 1983 (25), f. 61.
    [14]^ S. Pelekanidhi-P.I. Atzaka, vep. cit., Fig. 20, 32, 41 a, 90 b, 95, 132; G.M. Zisi, Is kopavanja na Caracinom gradu 1955-1956 godine, «Starinar», NS, VII-VIII, 1956-1957, Beograd 1958, f. 320, 321, Fig. 23; E. Kitzinger, Studies on late antique and Early Byzantine floor mosaics, I. Mosaics at Nikopolis, në «Dumbarton Oaks Papers», Cambridge 1951, Fig. 32; Vera B. Grozdanova, «Monuments paléochretiens de la région d'Ohrid», Ohrid 1975, Fig. III.
    [15]^ S. Anamali, Mozaikët e bazilikës..., f. 340, Tab. III; S. Anamali - S. Adhami, vep. cit., f. 53; K. Lako, «Raport mbi gërmimet në Sarandë në vitin 1981», ruhet në arkivin e QKA.
    [16]^ S. Pelekanidhi - P.I. Atzaka, vep. cit., Fig. 30.
    [17]^ A. Meksi, vep. cit., Fig. 31, 32.
    [18]^ E. Kitzinger, vep. cit., Fig. 31, 32.
    [19]^ Vera B. Grozdanova, vep. cit., Fig. 47.
    [20]^ S. Anamali - S. Adhami, vep. cit., f. 46.
    [21]^ S. Anamali, Mozaikët e bazilikës..., f. 342, Tab. V.
    [22]^ «The mosaics of Heraclea 4th - 6th century» (album).
    [23]^ S. Pelekanidhi - P.I. Atzaka, vep. cit., f. 226, 41 c, 52 a, 96, 134.
    [24]^ A. Meksi, vep. cit., f. 57.
    [25]^ S. Pelekanidhi - P.I. Atzaka, vep. cit., f. 11, 29, 79 a, 134; E. Kitzinger, vep. cit., Fig. 32.
    [26]^ G.M. Zisi, vep. cit., f. 320, 321, Fig. 23, 24; po ai: Prolegomena iz problema kasnoantiçkog mozaika u Ilirikumu, «Zbornik Rad. Nar. Muz» II, 1958-1959, Tab. V, Fig. 8.
    [27]^ S. Anamali, Kështjella e Pogradecit, «Iliria» IX-X, 1979-1980, Tab. XVIII; A. Baçe, Kështjella e Paleokastrës, «Iliria» 1982, 1, Tab. XVII; K. Lako, Rezultatet e gërmimeve në Butrint në vitin 1975-76, «Iliria» 1981, 1, Tab. XIII, XIV.
    [28]^ T. Andelić, vep. cit., Tab. XVII.
    [29]^ T. Andelić, vep. cit., f. 260, Tab. 16, 2, 3, 7.
    [30]^ L. Philippe, «Le monde byzantin dans l’histoire de la varrerie (Ve-XV e.s.)», Bologna 1970, f. 98, Fig. 51, b, c, h.
    [31]^ D. Komata, Vështrim arkeologjik në luginën e Shushicës, «Iliria» VII-VIII, 1977-1978, f. 363-369.
    [32]^ Dh. Dhamo, vep. cit., f. 146.
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